Raccontare storie

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Quando i profumi diventano parole

L a prima volta che mi hanno invitato a provare il cous cous ero molto contento. In tutta la stanza l’aria era pervasa da un profumo di spezie orientali che piano piano hanno inebriato l’ambiente.

Per un attimo ho pensato di essere in una via antica di un quartiere arabo pieno di colori e l’idea mi piaceva tantissimo. Le verdure, la carne, cotte a dovere nel tajne erano la mescolanza perfetta di diverse consistenze. Kadija aveva perso tutta la mattina a cucinare per noi, come se per lei fosse un dovere o un adempimento necessario, ricompensare chi non stava facendo altro che aiutarla nella sua nuova vita in Italia.

Hassan, suo figlio, leggeva svogliatamente un testo che lo avrebbe aiutato a comprendere meglio la nostra lingua. Nadia, la figlia maggiore, stava cercando di riprendere il filo di un romanzo iniziato da troppo tempo e sfogliava nervosamente le pagine alla ricerca di una soluzione. Mohamed era al lavoro in un nuovo cantiere. Ogni giorno prima di uscire salutava tutta la sua famiglia inchinandosi sull’uscio di casa. Erano tempi difficili per l’edilizia, non molto diversi da adesso, ma avendo la giusta esperienza si poteva trovare un posto in sostituzione di qualcuno.

Il cous cous di Kadija era buonissimo. Aveva tutto il sapore di una città mediorientale la sera dello Eid-ul-fitr, con quel vociare assordante e quei ritmi che arrivavano dal deserto, dalle diaspore e dalle migrazioni dei popoli. Il padre di Mohamed aveva viaggiato per tutto il deserto iracheno, aveva abbattuto con i suoi passi i confini imposti dagli europei ed era arrivato ad Aleppo. Anche la famiglia di Kadija si era spostata in diverse città, dalla Striscia di Gaza a West Bank, sino ai confini con la Siria.

Ho appreso tutto questo in pochissimo tempo, cercando di ricostruire mentalmente la storia che c’era dietro quegli occhi e quelle mani che con esperienza avevano disposto le pietanze sul grande piatto e le avevano cucinate. Ogni piccola declinazione di sapore corrispondeva a una diversa tecnica di cottura o di ingredienti e questo si imparava dalle usanze e dalle disponibilità alimentari dei luoghi in cui si è vissuto.

Il compito di chi racconta le storie è quello di avere compreso dentro di sè la tecnica più semplice per fare uscire i pensieri. In un mondo iperconnesso, la molteplicità calviniana della narrativa è diventata un caotico magma da cui è difficile riuscire a trarre qualcosa di veramente convincente e verosimile. Per me è molto più adatto partire da una storia e cercarne i punti di appiglio. Sono un giornalista, mi hanno insegnato a sognare di meno e a scrivere di più seguendo dogmi imprescindibili di precisione e intermediazione. Per questo, vi dico, quando chiudo gli occhi e penso a tutte le persone che ho conosciuto nella vita, cerco di fare meno chiarezza sulle loro storie e cerco di fantasticare di più sulle loro sensazioni, sui profumi e sui vestiti che si sono portati addosso, scappando da una guerra o scappando solamente da se stessi, diventando attori comprimari in un mondo in cui le luci della ribalta sembrano essere l’unico fine perseguibile, quando uscire fuori e guardare le stelle non è più romantico o infantile, ma solamente un’illusione. Scrivere è come liberare i confini del proprio mestiere, arrivare ad un punto e non sapere mai cosa arriva dopo.

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