Perché rileggere i classici?

Perché rileggere i classici?

“Perché si configurano come equivalenti all’universo, ai pari dei talismani”, scriveva Calvino

Che cosa ci porta a scrivere? Io non so cosa rispondere. Sarebbe facile dire che è un qualcosa di innato. Però insomma, mica è possibile farti venire voglia di star lì a pensare e poi a prendere la penna (o la tastiera) e buttare giù qualcosa. Io ho riscoperto da qualche settimana la bellezza di rileggere “i classici” e i loro elementi paratestuali più prominenti come la biografia, la storia, la geografia di una vita, tutte cose che mi hanno spinto a scrivere un po’ di più, giornalmente, occupandomi un po’ di tutto con un buon libro di Jack London sulla scrivania.

Italo Calvino diceva che i classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti. Ed ha anche aggiunto che solo una lettura disinteressata può far sì che un libro magicamente diventi “il proprio libro”. Ma nell’attualità, con tutti i rumori, i suoni, i divertissment è possibile realmente fruire di una lettura come si deve. Anche qui è importate fare delle scelte, primo fra tutti, dice lo stesso Calvino in Se una notte di inverno un viaggiattore: mettersi comodi, dire agli altri che si sta per iniziare a leggere e che si vuole un po’ di tranquillità. In questo modo sarà la lettura stessa a coprire il rumore di fondo, a confondersi con l’attuale, nonostante parli di mondi e realtà non più esistenti, superate, immaginifiche, perlate e screziate di pietre preziose.

Un classico è un testo che definisce un universo in cui noi riusciamo a non sentirci perduti, che sembra collettivizzare l’esperienza di lettura e invece la personalizza dentro ogni parola, in ogni trama e qualsiasi periodo.

A me piace tantissimo l’Iliade, è uno di quei classici che travalicano qualsiasi esperienza dell’”antico”, non solo mettono in comunicazione gli uomini, la loro storia e gli dei, ma raccontano un universo di sentimenti che da allora l’uomo non ha più cambiato, dalla gelosia al tradimento, dall’amore al lutto, che ha mutuato, da storia a storia in ogni testo e in ogni situazione umana della sua evoluzione collettiva.

Ho preso uno dei poemi omerici come esempio perché credo che nella poesia di Omero sia riscontrabile poi ogni seguente discorso sulla condizione umana. Pensiamo solamente a tutte le implicazioni che possono avere avuto un qualcosa di prettamente umano come le “lacrime” all’interno della cosmogonia. Achille, quando piange la morte di Patroclo è uno degli uomini più soli mondo, sebbene la madre lo conforti, lui non sembra avere speranza e dice:

Madre mia […] ma che dolcezza è per me, s’è
morto il mio amico, Patroclo, quello
che sopra tutti i compagni onoravo,
anzi alla pari di me? L’ho perduto! Ed
Ettore che l’ha ucciso l’armi giganti ha
spogliato, meraviglia a vederle,
bellissime;

L’eroe omerico non ha più fiducia negli eventi e negli eroi, nemmeno nei Numi che da sempre lo proteggono, è ancora il più forte degli Achei, ma non ha una ragione per combattere, e piange, si dispera, non trova alcun conforto, vorrebbe che ogni guerra finisse e non esistesse più.

Oh! Perisca
la lite fra i numi e fra gli uomini,
e l’ira, che spinge a infuriarsi anche
il più saggio e molto più dolce del
miele stillante cresce nel petto
dell’uomo, come fumo; così ora
m’indusse all’ira il sire di genti
Agamennone.

È una delle scene più dolorose del poema, anche Xanto e Balìo, i due cavalli di Achille immortali generati da Zefiro e l’Arpia Podarghe piangono il massacro di Patroclo. Piangono perché non riescono a comprendere come possa essere così dolorsa la morte, loro che, in quanto immortali, non hanno idea di cosa sia un qualcosa che non abbia linfa vitale. Ed è di una potenza devastante questo mancato collegamento tra un mondo di esseri destinati a perire e quello popolato da creature destinate a non avere fine. Gli dei non proveranno mai la morte, non avranno mai riposo, non chiuderanno mai occhio di fronte ad una nuova giornata e questo perpetuamente per ogni giorno.

In questo modo lottavano, e ferreo tumulto
giungeva al cielo di bronzo per l’etere instancabile;
ma i cavalli d’Achille fuori della battaglia
piangevano, da che avevano visto l’auriga
caduto nella polvere sotto Ettore massacratore:
eppure Automèdonte
(l’auriga di Achille), forte figliuolo di Dioreo,
molto con rapida frusta toccandoli, li accarezzava,
e molto diceva con dolci parole, molto con le minacce.
Ma essi né indietro verso il largo Ellesponto e le navi
volevano andare, né in guerra in mezzo agli Achei;
come sta immota una stele, che presso la tomba
d’un uomo defunto sia stata piantata o d’una donna,
così restavano immobili, col carro bellissimo,
in terra appoggiando le teste; e lacrime calde
cadevano giù dalle palpebre, scorrevano in terra; piangevano,
nel desiderio del loro auriga; e si sporcava la ricca criniera
cadendo dal soggolo, di qua e di là lungo il giogo.
N’ebbe pietà il Cronide vedendoli piangere,
e scuotendo la testa parlò, volto al suo cuore:
«Ah! Infelici, perché vi donammo al sire Peleo,
a un mortale, e voi non siete soggetti né a vecchiezza né a morte?
Forse perché fra i miseri uomini abbiate dolore?
No, non c’è nulla più degno di pianto dell’uomo,
fra tutto ciò che respira e cammina sopra la terra.
Ma non su di voi né sopra il carro bellissimo
Ettore figlio di Priamo andrà in giro; non lo permetto
Non basta che s’abbia l’armi e di quelle si vanti?
A voi nei ginocchi e in cuore getterò furia,
sicché anche Automèdonte salviate dalla battaglia
alle concavi navi: gloria infatti darò ancora agli altri,
che uccidano, fin che le navi buoni scalmi raggiungano,
e il sole s’immerga e scenda la tenebra sacra.»

Zeus, il padre di tutti gli dei, prova pietà per loro e non permetterà che Ettore faccia suo anche il bellissimo carro trainato da Xanto e Balio. Ma in questo momento ci risulta importante conoscere anche una poesia di Kavafis che parla proprio questa piccola parte del poema omerico:

Quando videro Patroclo ucciso,
lui, così valido e forte e giovane,
cominciarono a piangere i cavalli di Achille:
la natura loro immortale s’adirava
per quell’opera della morte che vedevano.
Scuotevano la testa e le lunghe criniere agitavano,
la terra calcando con gli zoccoli, e piangevano
Patroclo: lo vedevano estinto — senza vita –
una misera carne vuota — lo spirito suo svanito –
indifeso — senza più soffio in petto –
nel gran Nulla ripiombato dalla vita.
Le lacrime vide Zeus degli immortali
cavalli e ne soffrì. “Alle nozze di Pèleo”
disse “fui ben leggero:
molto meglio non aver fatto dono di voi, cavalli miei
sfortunati! Che avevate a che fare
con le tristezze umane, trastullo della sorte?
Voi, che né morte governa né vecchiaia,
domano invece precarie sventure: tra le loro miserie
vi irretirono gli uomini”. Ma le loro lacrime
per l’eterna sciagura della morte
piangevano le due bestie di nobile stirpe.

Quanta bellezza e dolore in questi pochi versi, versi che sono classici di classici, provenendo dagli aedi ad Omero a Kavafis, riescono benissimo a suscitare in chi li sa cogliere la stessa agonia e la stessa impotenza all’interno di una situazione che non sembra avere sbocco. Solo un eroe può cambiare il corso degli eventi, asciugare le lacrime dei lettori, che assieme a Xanto e Balio piangono ancora per la morte del giovane Patroclo, senza più soffio in petto…

…che meraviglia!

Leggere i classici è importante per poter enunciare assieme a Calvino che “un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire” e che continua a raccontare anche quando volti l’ultima pagina e credi che non ci sia più nulla da immaginare, poi iniziano le storie del mondo attorno, con i suoi colori e i suoi profumi e ci si accorge che i racconti di 10 o 1000 anni fa possono diventare veri.

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