Racconto #1 di come Paolo scelse di diventare scrittore

Racconto #1 di come Paolo scelse di diventare scrittore
Storia.
Paolo ha da poco passato i trent’anni. In modo comico, onesto e sempre attratto da tutto ciò che non può raggiungere, sia un soffice crine di biondo profumo che una gloria letteraria che ancora non ha capito come riuscire a fare arrivare. Sua madre ha sempre creduto in lui, da quando conservava i pensierini delle elementari e i temi delle superiori come oggetti antropologici, degni di un museo o di una galleria d’arte moderna. Con quella grafia, sghemba e tremolante, aveva scritto ben più di 4 romanzi e qualche poesia, una sterminata mole di racconti da fare invidia a qualsiasi prolifico scrittore da Jack London ai profeti russi.

Ed era così, che in mezzo alla decisione ormai tardiva di pubblicare seriamente qualcosa, orientaleggiava tra le sure del Corano tenendosi in balìa di un editore che in lui aveva preso la decisione di non stampare più annunci telefonici di madame imbellettate e di dedicarsi alla letteratura.
Paolo non aveva molta esperienza, ma l’aver scritto per buona parte dei suoi anni in quotidiani di provincia lo aveva motivato a fare il grande passo.
– Quanto ci vuole amico mio? Hai una storia? Piace a mia moglie, e allora la pubblichiamo, che problema c’è?
Diceva tracotante l’editore De Rinaldis che aveva un cognome altisonante e la reputazione di aver pubblicato per decenni La città in vetrina, che gli amici di Paolo chiamavano amichevolmente “Pronto zoccola”.
Ma tutto stava per cambiare e non erano solo le idee, che adesso erano quelle giuste, ma anche un certo mutamento dei gusti dei lettori, che assieme alle magre circonvoluzioni della filosofia teoretica della spuntina blu sui discorsi di Whatsapp adesso promettevano faville.
“Rem tene, verba sequentur”, ripescò un vecchio adagio dei latini che ora gli potevano davvero essere utili a qualcosa, con la loro dote retorica e affabulatoria e il loro regno che sembrava non avere fine, che dopo qualche centinaio di anni sarebbe stato ridotto ad una miserrima Comunità Economica Europea, con capitale Bruxelles, dove, Paolo lo aveva visto coi suoi occhi, uno dei monumenti più famosi era un bambino che pisciava (manneken pis).
Ma al di là di tutto questo, la verità era che Paolo non aveva i soldi per potersi permettere un editore come si deve, non aveva le conoscenze e i passaparola dell’ambiente. Anzi, non aveva nemmeno abbastanza sicurezza monetaria da potersi permettere una connessione ad internet, che letteralmente scroccava ai vicini d’appartamento, i quali, ignari della fame di bit del loro amichevole concittadino, avevano una volta lasciato aperto il loro wi fi in caso di terremoto per non chiuderlo mai più.
Per terminare una storia ci sono voluti mesi di lavoro. Di “Antò non mi scassare” detti al coinquilino veracemente del sud e di pomeriggi chiuso in casa a deprimersi d’inverno con Kid A dei Radiohead che dopo 17 anni di ascolto compulsivo ancora non aveva capito musicalmente nella sua evanescente ed elettrica velleità.
– ‘Sto cazzo di Thom York la sa lunga e anche fin troppo complicata.
Insomma, il romanzo è stato un parto, così atteso e voluto che Paolo, al terzo mese di gravidanza decise persino di non innamorarsi di Eleonora, la piccola dea dagli occhi di ghiaccio, con cui uscì, per ben 2 sabati di fila a vedere i remake dei remake dei film degli anni ’70 con conseguenti ore passate a discutere degli errori degli attori e dei movimenti di macchina sbagliati che avevano riconosciuto in 3: lui, lei e l’ultimo arrivato nella sala del montaggio che quanto a lignaggio veniva quasi dopo il ragazzino coi pop corn che aveva sgranocchiato come un lemure durante ciascuna proiezione.
Eleonora era bella, ma cosa ancor più straordinaria era intelligente, dinamica, frizzante, tutto quello che non avrebbe mai trovato in nessun altra se non fosse che dio, adesso, gli avesse affidato un compito, più difficile del sacrificio di Isacco, vergare pagina dopo pagina il romanzo della sua vita. Il primo e forse, chi lo sa, anche l’ultimo. Ad imperitura memoria!
Eleonora era motivata a conoscere Paolo perché gli andava di condividere con lui qualche serata, lei, amica degli amici, aveva colto la palla al balzo ed era riuscita a render vera la tipica frase di chiusura “poi magari una sera beviamo qualcosa insieme”. E quella sera arrivò davvero.
Il problema era che lui, gestante della sua fatica degna di una scoliosi, chino da giorni su di un Mac Book Pro, era di pessimo aspetto, di pessimo carattere e di pessimo umore. Un pò come se Charlize Theron ti invitasse a prendere un caffè e tu dicessi di no solo perché ormai ti eri accordato per finire di aiutare tua madre a piegare le lenzuola. Salvo poi cambiare idea perché ti saresti reso conto della stupidaggine commessa e ti saresti messo a gridare. Tipo.
E in quei momenti passati al pub dopo la proiezione, in cui gli occhi di Eleonora erano diventati delicati ed irreali, quando la sua voce si spandeva nell’aere fino a mitigare il vociare dei tavoli adiacenti, nella testa di Paolo riecheggiavano le storie dei personaggi che in quei 3 mesi aveva incrociato e che ormai considerava amici. Carlo dal vocione ruvido e dal cipiglio antelucano, Sissi dal nome regale e dai sogni fragili, Ernesto dal cuore buono e il sonno leggero e poi Adele, Maria, Teresa e Giovanni, il suo alter ego di un mondo ormai finito, bucolico, arcadico, poetico come i versi dei poeti carsici che ricordava dall’università e forse ancor di più; bello come le colline di Toscana nell’estate con i grilli, quando il sole batte forte e asciuga tutto, finanche i pozzi, da cui nascono le voci di demoni e farfalle, ninfee e scarrafoni.
Non era il momento di approfondire le uscite con Eleonora, tanto che alla seconda uscita si inventò la mostruosa bugia di dover ben presto partire per andare a rafforzare i legami parentali con un vecchio cugino di Trieste con cui condivideva una tenera passione per Joyce e i porti accarezzati dalla bora.
Il problema era che tutti quei personaggi che ormai vivevano nella sua testa dovevano arrivare ad una trama che li portasse verso la conclusione.
– Fammi leggere ancora ‘nu poco, ja!
Gli diceva De Rinaldis. Per lui era come se Paolo potesse portare nuova linfa alla sua decennale carriera da editore. Figlio d’arte, suo padre stampava i libretti d’opera per il teatro cittadino, lui aveva invece imbroccato il ramo più commerciale dell’attività e si era subito dedicato a sviluppare il mercato delle hot line, quando ancora i telefoni, nelle case degli italiani, erano grigi e tristi come una mattina uggiosa di novembre a Milano. Dalle linee erotiche ai massaggi orientali il passo è stato breve e inesorabile fino ad una quasi conclusione del panorama offerto da call center senza scrupoli che vendevano intimità a buontemponi alla ricerca di emozioni forti.
Figurarsi che importasse a De Rinaldis dei rimandi a romanzi ottocenteschi che Paolo cercava di inserire nei suoi capitoli. Manco sapeva cosa fosse un Rodion Romanovič Raskol’nikov, e la sua frenesia, le sue corse, l’incontro con Marmeladov’, Pietroburgo. De Rinaldis manco leggeva, per dirla tutta, si fidava più di tutto del parere di sua moglie, un arcigna signora sui 70 anni, che nella sua vita aveva collezionato Gente e Telepiù con una pratica annonaria.
Cara Alessia dagli occhi verdi,
Che tu ci creda o no è per me un momento indaffaratissimo. Mi sento come se fossi chiuso in una torre eburnea, dove l’unico mio scopo è quello di portare a termine il compito che il destino mi ha assegnato: un romanzo, quello che aspettavo dalla vita, con cui avrei dovuto crescere come uomo e come autore quando ancora eravamo all’università. Ti ricordi le lezioni di letteratura russa? Finalmente tutto ora mi è chiaro. Cosa volevano significare ore e ore di tempo perse a rincorrere le pagine, senza prenderci mai la pazienza di vederci e forse di amarci, come sarebbe stato d’uopo. E la verità, Alessia, è che io segretamente lo facevo, dietro le trame dei romanzi, immaginavo te dietro ogni personaggio femminile, con le tue ciglia ad acquerello, gli occhi nitidi e sinceri di chi non sapeva mentire nemmeno per errore, il tuo profumo, delizioso, delicato e squisito come i prodotti di un forno al mattino presto.
Ma che ne sarà di noi? Di tutti i giorni passati assieme senza mai trovare il coraggio di dirti nulla e che un giorno, io lo sapevo, sarei diventato uno scrittore?
Alessia mia, ovunque tu sia, adesso sappi che il coraggio di fare tutte cose (come dice io mio coinquilino) io l’ho trovato. E mi sento esuberante e strafottente come John Frusciante quando entrò nel gruppo, prima di cadere nel mondo dell’eroina e nel buio della vita: il top.
Ho lasciato il lavoretto che i miei mi avevano trovato al supermarket di fronte al vecchio liceo. Non che ad imbustare pane e focacce non avesse il suo lato e la sua fragranza positivi, ma ho preferito buttarmi a capofitto nell’esperienza mistica della scrittura. Come dicevi tu: scrivimi sempre. E io, lo sto facendo.
Di notte in questa città fa un freddo cane, Antò tiene il riscaldamento a volume elevatissimo e riguarda i vecchi film di Bud Spencer ridendo come un matto. Ieri sera l’ho aiutato ad aprire il pacco che i suoi gli mandano dal sud, roba buonissima che forse solo il tuo sapore sulla bocca umida e sulle labbra di velluto che ti portavi appresso.
E tu come stai? Ancora a Milano? Sono 4 mesi, 2 settimane e 3 giorni che non ci sentiamo, credo che sia stato giusto scriverti qualcosa. L’ultima a scrivere sei stata tu, è vero, ma questo romanzo, che presto leggerai, mi farà volare, sorpassare le colline, inebriare i cieli di un’aroma di carta appena stampata e mi farà arrivare da te. Tu nel frattempo aspettami sveglia.
Non ho mai perso un momento per amarti segretamente da quasi 10 anni.
Tuo, Paolo.
La mattina seguente Paolo si alzò e decise di andare a trovare ispirazione al parco, assieme ad altre 14mila badanti che si davano appuntamento lì ogni giorno per fare il punto sulla situazione della Moldavia e del mercato occidentale. La nebbia, di inverno, toglieva il fiato e lui pensava, pensava strenuamente agli intrecci che Giovanni doveva tessere pagina dopo pagina per arrivare alla fine. Si incamminò superando le orde dei figlioli barbari che correvano in prima superiore, con le teste chine sui loro telefoni verso una scuola di realtà aumentata da cui sarebbero usciti programmatori di cyborg e piante industriali geneticamente modificate.

 

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