Arte che rip-arte

Arte che rip-arte

Cammino e corro verso il verde. Quello dei prati e degli alberi di primavera. Ho 4 anni e la vita è quella di 32 anni fa. Colori uguali, mondi divisi, guerre che devono ancora accadere, fuori e dentro di me.
Ricordo la forma delle scarpe, il profumo delle colazioni, la cura della nonna nel prepararmi per la scuola.
Ho sempre amato scrivere di quello che vedevo oltre la finestra della nostra piccola aula, in cui ci si scaldava con una buffa e sgangherata stufa a legna. Un edificio approntato nel ventennio mussoliniano dalle oscure menti fasciste per allenare le giovani leve italiane al culto della tirannia, diventato anni dopo un piccolo presidio di paese all’istruzione elementare, pieno di colori e voci non ancora invecchiate dalla natura in divenire delle cose.
Siedo vicino porta d’entrata e quello che vedo sono montagne, inquadro la situazione: in cuor mio so che qui trascorrerò gli anni più spensierati della mia vita e ne dovrò raccontare per parecchie volte, anno dopo anno, il solito dipinto, con parole diverse, sempre nuove, sempre più dettagliate, sempre più in armonia con quello che inizio a concepire come mondo. Fuori ci sono alberi, un prato, rumori di un falegname di paese, tantissimi uccelli e i passi silenziosi della neve. D’estate le corse a perdifiato e poi la musica, le ruote delle biciclette, la strana consapevolezza di non essere lì in eterno e camminare sempre avanti verso quello che non c’è.
Ho costruito giocattoli altissimi, castelli di mattoncini colorati e figure squadrate di plastica gialla. Ho recitato poesie nella rappresentazione natalizia e ascoltato divertito le canzoni che ci venivano fatte imparare, su audiocassette piene di fruscii e fatte funzionare su registratori di fortuna.
Di quei versi ricordo ben poco. Ma ammiravo molto lo stupore quasi commosso dei miei durante l’esibizione. Qualche volta, in futuro, avrei anche pensato se, con quale disillusione, avrei fatto anche io lo stesso coi miei figli. Forse sì, è un qualcosa che ho sempre reputato bellissimo, soprattutto vedere crescere le persone e non riuscire ad afferrarle mai. Forse è per questo che ci affidiamo ai ricordi e aspettiamo sempre qualcuno che ci faccia sentire bene, in pace, o perlomeno completi, seduti a vedere il proprio figlio alla recita di Natale.
In tutta la mia vita, finora, ho imparato ad amare la musica, più di ogni altra cosa. E, sebbene approfonditi studi sociologici abbiano detto il contrario, ho superato i trent’anni con la voglia di ascoltare sempre canzoni nuove, per rimanere al passo col tempo ed evitare di lasciarmi abbandonare a facili ricordi adolescenziali.
Facile.
Ieri un mio amico mi ha detto che bisogna guardare sempre il bicchiere mezzo pieno, forse anche a 3/4, e trasmettere agli altri quello che siamo veramente, la nostra energia positiva e giù di lì.
Ecco, io non so se ci riuscirò, ma con queste righe, giorno dopo giorno, proverò un po’ a fare il punto della situazione, raccontando storie, dischi, libri, immagini di mondo, del mio, dell’arte che mi è entrata dentro, come fosse un profumo buono, di quelli di primavera o del petricore sulla terra appena bagnata da un acquazzone estivo.
Si parte.
Mi tengo forte.

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