Kazuo Ishiguro: Non Lasciarmi

Kazuo Ishiguro: Non Lasciarmi

Ho letto un libro molto bello, si intitola Non Lasciarmi di Kazuo Ishiguro, il Premio Nobel 2017 per la letteratura. Oltre la prosa, che oserei dire splendida, con poche, pochissime sbavature sulla linea temporale, il racconto parla di Kathy, Tommy e Ruth, tre adolescenti che crescono nell’istituto Hailsham su cui non viene fatta molta chiarezza. Si sa che vivono, studiano, imparano lì, e questo deve bastare, a loro e al lettore che pagina dopo pagina si fa sempre più indagatore di una situazione alquanto paradossale: che cos’è Hailsham, cosa sono i donatori e gli assistenti e perché la vita di quei ragazzi è così attentamente pianificata senza che nessuno ne sappia nulla? Non ci sono famiglie per loro, e sanno che non sarà in loro potere averne una, sanno che la loro vita sarà solo uno sbiadito ricordo della adolescenza vissuta come in un collegio e della quasi età adulta, vissuta a prepararsi per diventare donatori.

Le loro vite sono quelle destinate ad essere come contenitori di scorta per uomini e donne che a differenza loro hanno avuto una vita vera e desiderano continuarla, nonostante le malattie e malgrado gli anni. Non ci sono sentimenti a riempire le loro brevi esistenze, o quanto meno non devono saltare fuori, da quell’universo precostituito, l’ipotesi di un amore o di un’amicizia, dell’esistenza di un’anima, dell’amore materiale e immateriale. Ruth, Tommy e Kathy però sono diversi, perché riescono a capire cosa accade intorno a loro e sebbene siano stati progettati ad una rassegnazione pressoché totale verso il loro futuro privato di auto costituzione, scoprono la gioia e l’amarezza dei sentimenti e capiscono, o quantomeno si rendono conto, che solo l’accettazione da parte dei tutori che due di loro fossero realmente innamorati potrebbe essere un viatico per la salvezza e l’uscita dalla triste condizione di cloni destinati ai trapianti.

Un mondo distopico e decisamente cinico quello creato da Ishiguro, in cui i ragazzi diventano portatori di una certa aurea di innocenza destinata a durare poco e ad essere come preconfezionata in ogni sua parte da tutor e insegnanti. Alle spalle vi è un’Inghilterra sonnecchiante e piovosa, dove i giorni di sole sono davvero meravigliosamente leggeri, come i pensieri, i giocattoli, le canzoni che si ascoltano in una stanza d’inverno. La dolcezza di Kathy, il suo incontro morboso con il sesso e la ricerca della felicità in una vecchia cassetta anni ’50 fanno da contraltare alla sicurezza di Ruth, al suo amore per Tommy, al suo modo di affrontare la vita, quella vita a cui tutti loro erano stati attentamente preparati. Kathy parla attraverso pagine di ricordi e di pochi pensieri rivolti a quello che sarà, vive il presente e ricorda attentamente il passato, è lei a condurre il lettore attraverso il romanzo, dall’inizio alla fine, dall’infanzia all’età adulta, finendo per coinvolgerlo totalmente nella narrazione.

Ed è attraverso i suoi occhi e i suoi capelli che scompigliano al vento del Norfolk che il lettore arriva all’ultima pagina del romanzo, chiedendosi quanto ci sia di reale in quella storia, quanto ci sia di possibile o quantomeno di onirico e simbolicamente riconducibile all’esistenza umana per come la conosciamo, fatta di passato, presente e…futuro? Kathy prende in mano il suo passato ed attraverso tutti quei momenti, attraverso l’amicizia con Ruth e la vicinanza di Tommy non sa se arriverà alla fine del giorno. Resta lì ed osserva. E non con lei.

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