Siamo vivi.

Siamo vivi.

Eccomi qua con questo fiore, pensavo, in questa sede irrigua. Stranamente non ero arrabbiato: la notte e la pioggia non erano ostili; c’era un groppo che si scioglieva. Sì, pensavo, la Simonetta è un po’ insonnolita, il posto è umido, il pan-biscotto (che masticavo di furia) frollo e fangoso: non importa. Si potrebbe vivere anche così, postulata una grotta piena di pan-biscotto. Siamo vivi.

Mi sentivo sulla soglia di un mondo chiuso, sul punto di sbucare fuori; uno di quei momenti che vengono ogni tanto, quando finisce una guerra o si baruffa con la famiglia o son terminati gli esami, e si ha la sensazione che la cosa si gira, la si sente girare.
Mi venne un soprassalto di quella forma di energia che chiamiamo goia; misi giù i piedi nell’acqua corrente, puntellai la Simontta col mio sacco e uscii diguazzando, col parabello in mano. Fuori c’erano i cespugli dei mughi, groppi di roccia, alberature di pini. Si udivano sparare i tuoni, con scrosci magnifici; i lampi erano continui. Mi misi a sparare anch’io, e a gridare, ma non si sentiva niente in quel fracasso. Spargevo raffiche in aria: facevo piccoli lampi blu di forma allungata, giallastri agli orli; stentavo a riconoscere gli scoppi, e invece mi pareva di distinguere lo scricchiolio dei rami di pino sventagliati, un rumorino minuto isolato dal resto.
E’ una grande soddisfazione sparare di pieno, ostinata! Quando tornai nella tenda e mi ripresi la Simonetta contro la spalla, lei si svegliò e disse “Non si può neanche dormire con questi tuoni”: poi si riaddormentò subito.
In questo modo finì la guerra per me, perchè fu proprio in quel punto che la sentii finire. Così io, tutto bagnato, con la Simonetta precariamente al mio fianco, entrai nella pace. La banda non c’era più, perchè c’è la guerra per bande, ma la pace per bande no.

[L. Meneghello, I Piccoli Maestri]

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